venerdì 30 novembre 2012

L'articolo di un certo Visetti sulla Repubblica di oggi a proposito del Tibet ci ha ricordato certe pagine "cinesi" di Kafka, tra le quali molti ricorderanno La costruzione della muraglia cinese. K segnalò narrativamente come il procedere di tale opera gigantesca sfuggisse a chiunque, come nessuno avesse la possibilità di fare verifiche complete, a causa della lunghezza della muraglia. Ne conseguiva, secondo K, che dire alcunché sul procedere della costruzione della muraglia era impossibile.
Il Visetti da parte sua nel mezzo del suo lungo testo dichiara che nessuno può verificare la veridicità delle denunce di parte buddista, perché nessuno ha il permesso di andare nei luoghi tibetani della "repressione" e del "genocidio culturale" agiti, a quanto pare, dal governo della RPC in Tibet.
Si dirà che la muraglia esiste, ora lo sappiamo. Ora. Ai tempi di Kafka, cento anni fa, no.
Con  l'aggravante che i fatti del Tibet hanno una consistenza un pochino meno pietrosa della muraglia.
Tra l'altro, in un altro punto dell'articolo il Visetti si cala nel ridicolo segnalando che le persone che, a quanto pare, si danno fuoco per protesta, "rinunciano alla reincarnazione". Di che cosa sta parlando?

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martedì 18 marzo 2008

Tira da matti il Tibet.

La Repubblica Popolare Cinese sta crescendo d'importanza economica, politica e militare, ed è senz'altro in competizione con gli Usa, con l'Europa, con l'India, anche solo perché i suoi bisogni energetici riducono le dimensioni della torta fin qui sbafata dai soliti padroni del mondo. La RPC propone una (certo discutibile) economia di mercato nell'ambito della dittatura del proletariato, processo governato dal Partito Comunista, organizzazione che conta 72 milioni di iscritti. Tutto quel che è cinese è immenso, la ricchezza e la miseria, la giustizia e l'ingiustizia, e nulla può essere detto della RPC senza tener conto che ha molto più di un miliardo di abitanti, neppure che la produzione di giustizia sociale, ragione unica del progetto socialista, in Cina è stata per il momento subordinata alla produzioni di merci: "dar da mangiare" a più di un miliardo di persone è un lavoro che non può essere esente da pecche.
Come tutti sanno la RPC sta organizzando le prossime Olimpiadi, evento sportivo e mediatico piuttosto rilevante, e da ogni parte sepolcri imbiancati, ipocriti, prevaricatori capitalisti e imperialisti approfittano dell'occasione per attaccare la RPC sui cosiddetti diritti umani. In Cina si sta lavorando da oltre sessant'anni a garantire al popolo l'indipendenza, la dignità, la vita quotidiana, la giustizia e la sicurezza: si tratta di un'opera che comporta qualche errore e qualche violenza, certo. Ma procede.
Tempo fa la muta dei funzionari imperialisti ha tentato di coinvolgere la RPC facendo leva sui problemi della Birmania, un alleato tattico della RPC, ma la manovra non ha avuto successo. Adesso è la volta del Tibet. Nessuno nega che, se gli abitanti del Tibet vogliono essere indipendenti, o meglio autonomi, dalla Cina, come i kossovari vogliono essere indipendenti dalla Serbia o i kurdi dalla Turchia, o i baschi dalla Spagna, o i palestinesi da Israele, hanno diritto di darsi da fare. Anche duramente. Ma scuotersi dalle spalle la dominazione straniera, ammesso che la Cina sia straniera in Tibet, non è un gioco, e nessuno, nessuno, mai e in nessun luogo della terra, ha regalato l'indipendenza o l'autonomia a chi la chiedeva. Neppure la Cina, che esercita il suo potere di enorme potenza, forse di lupo sull'agnello, esattamente come hanno fatto e fanno tutte le altre enormi potenze: Usa e Russia oggi, Inghilterra ieri, e via a ritroso, fino a Roma antica.
E' così, la politica estera non fa complimenti da nessuna parte. Ammesso che il Tibet sia per la RPC "estero".

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